Intervista a Repubblica

    Intervista a Repubblica

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    ‘Figli delle stelle’ compie 40 anni. Alan Sorrenti: “Si scrisse da sola”

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    Il musicista festeggia l’anniversario della canzone e dell’omonimo album che gli dettero il successo popolare dopo anni di culto rock progressive. “Contiene un messaggio che è stato poi chiarito e confermato anche scientificamente e cioè che noi umani deriviamo dalle stelle”. Il brano torna ora nel film ‘Terapia di coppia per amanti’, con un cameo del suo autore.

    Figli delle stelle è uno stato mentale, ci dev’essere qualcosa di profondo, oserei dire quasi di spirituale: la notte in cui ho composto il testo le parole si sono scritte da sole. Contiene un messaggio che è stato poi chiarito e confermato anche scientificamente e cioè che noi umani deriviamo dalle stelle”. Alan Sorrenti festeggia 40 anni dalla pubblicazione di Figli delle stelle avvenuta nel novembre del ’77, la canzone che gli ha dato il successo popolare dopo anni di profilo di culto come artista rock progressive. Figli delle stelle aprì la strada alla musica funky e dance anche in Italia e Sorrenti si rivelò dunque ancora una volta pioniere, come era già stato quando nel ’72 aveva pubblicato l’album Aria che insieme a Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto dell’anno successivo tracciò la via del rock progressive italiano. L’anniversario di Figli delle stelle viene festeggiato anche dal punto di vista discografico, l’album omonimo verrà infatti ripubblicato il 3 Novembre in due nuove edizioni: 2 cd in cui all’album originale rimasterizzato si aggiungerà un bonus disc con brani strumentali, remix e una nuova versione inedita archi e piano di Figli delle stelle; una nuova edizione in formato vinile 180 grammi.

     

     

    Come racconta Sorrenti in questa intervista, per i suoi primi dischi progressive si era trasferito a Londra, per Figli delle stelle registrò invece gran parte dei brani in California, dove viveva da quattro anni e dove aveva incontrato il chitarrista e produttore Jay Graydon, il bassista dei Toto David Hungate e David Foster alle tastiere. “A Los Angeles, negli studi di Jay Graydon, ci fu realmente un incontro di stelle” dice Sorrenti. “Era LA Sound, funky-pop-soul, la crema della musica che con l’album Figli delle stelle creò magie sonore che avrebbero tracciato una strada da percorrere domani”. Risultato: Figli delle stelle rimase al primo posto in classifica per sei mesi, anticipando per altro le atmosfere dance della colonna sonora di La febbre del sabato sera scritta e cantata dai Bee Gees. Quarant’anni dopo è entrata nella colonna sonora di Terapia di coppia per amanti diretto da Alessio Maria Federici, film nel quale Alan Sorrenti partecipa con un cameo in cui interpreta se stesso.

    Sorrenti, nel giro di pochi anni lei passò dalle sognanti atmosfere del progressive alla funky dance di Figli delle stelle. Come avvenne?

    «Avvenne per gradi e il passaggio cruciale fu Dicitencello vuje. Il mio produttore Corrado Bacchelli era convinto che per allargare il mio pubblico dovessi cantare in napoletano, portare il mio stile e la mia voce in qualcosa che era già nel dna della gente. Così chiedemmo a mio padre un suggerimento e lui rispose sicuro che Dicitencello vuje era la canzone giusta. Il pezzo infatti arrivo nell’hit parade. Ma la vera svolta fu il mio viaggio in Senegal: sentivo di aver bisogno di ritmo, in Aria e in Come un vecchio incensiere era molto forte l’elemento classico. Frequentavo il Dams, proposi una ricerca etno-musicologica con il professor Levi, andai a registrare e tornato a Londra registrammo Sienteme e dopo fu naturale avere l’idea di andare negli Stati Uniti».

     

    Figli delle Stelle

     

    Dapprima a New York.
    «Sì, da dove però scappai subito per raggiungere San Francisco e lì un’altra trasformazione, l’album fusion in inglese Sienteme, it’s time to land. Poi con un contatto giusto arrivai a Los angeles, lì c’era la crema della musica, avevo tutto da imparare e spazi in cui farmi coinvolgere. La chiave fu Jay Graydon, chitarrista e produttore di Figli delle stelle: veniva dalla collaborazione con gli Steely Dan e stava lavorando negli stessi studi con Al Jarreau a cui avrebbe prodotto l’album Breakin’ away. Lì incontro alcuni dei Toto e naturalmente David Foster che ha poi suonato le tastiere su Figli delle stelle e nell’album. Insomma la crema dell’LA sound, come lo chiamavano allora, che poi influenzò tanta musica e ancora oggi si ascolta nell’R&B e nell’hip hop. Era questa l’orbita in cui ero capitato all’epoca. Un’orbita funky-soul, non tanto disco come allora poteva essere Donna Summer».

    All’epoca c’era un discrimine molto forte tra chi ascoltava il rock e chi ascoltava il soul e la dance. Il suo cambiamento di stile venne vissuto come un tradimento…
    «Me lo ricordo benissimo, l’insofferenza iniziò anche prima, su Dicitencello vuje. In un clima molto politicizzato com’era l’Italia di allora, non era accettabile seguire un proprio discorso musicale, fu inteso in questo modo ma io ero molto deciso sulla mia strada. Io seguivo il filo della musica, allora venni criticato, oggi lo sarei molto meno».

     

     

    Perché Figli delle stelle ha questa capacità di tornare?
    «Credo tocchi una corda invisibile in grado di farci sognare, di farci credere in obiettivi possibili, quella che ci dice che la vita è bella anche quando meno te l’aspetti, una corda vitale, forte, che ha attraversato tante generazioni, misticismo e materialismo, ci dev’essere qualcosa di profondo, direi quasi spirituale. In fondo contiene un messaggio che poi è stato chiarito e confermato anche scientificamente, e cioè che noi umani conteniamo degli elementi che arrivano dalle stelle, deriviamo dalle stelle, questa parziale illuminazione l’ho avuto quando ho scritto il testo, ero connesso con le stelle e ho scritto queste parole che, dico sempre, quasi si scrivevano da sole. Sintetizzato in tre parole è ciò che noi siamo. E forse io, per il percorso che avevo fatto, ero nel momento e nel posto giusti per sentire questa vibrazione ed esprimerla».

    Si ricorda dov’era quando la scrisse?
    «La musica l’ho scritta in California, mi sono trovato a cantare questo fraseggio molto ritmico su un abbozzo di testo, il primo titolo era Heaven. Poi sono tornato in Italia, la voce dovevamo registrarla a Milano. Una notte ero nella mia casa di campagna di Morlupo alle porte di Roma e avevo su la base strumentale, le parole sono arrivate da sole, si è chiusa da sé, ebbi subito la sensazione che era arrivata qualcosa di speciale».

    Molti non apprezzarono, la politicizzazione di gran parte del suo pubblico progressive faceva schermo alla musica.
    «Certo, c’era una forte componente anti-americana e il soul e il funky venivano percepiti come americani. Dunque era musica da ostracizzare, tenere lontana e così per molti avvenne. Salvo poi cambiare clamorosamente idea a distanza di anni».

    Al contrario le sue prime canzoni come Vorrei incontrarti erano canzoni che il Movimento studentesco sentiva sue.
    «Era un periodo di movimenti e di sogni di rivoluzione, in qualche modo mi sono trovato a parteciparvi e a trasmettere le mie osservazioni ed emozioni. Ma sempre filtrando attraverso le mie emozioni. Ero insomma un outsider, un irregolare».

    Battiato in “Bandiera bianca” cantava: “Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro”. Sembrò una critica nei suoi confronti.
    «Non la presi mai così, con Battiato ci conoscevamo, ci eravamo incontrati a Roma nel negozio che vendeva in esclusiva i primi sintetizzatori VCS 3, lo stesso che usavano i Pink Floyd. I percorsi tra noi sono stati diversi e poi ora che ci penso era naturale che ci fosse di mezzo anche il denaro, ma non era una cosa programmata, è accaduto: io nella musica seguivo una mia traccia d’oro che non aveva nulla a che vedere con i soldi. Quello che ha scritto Battiato è divertente, è un artista che rispetto. Ma per capire cosa mi succedeva bisognava stare nelle mie scarpe, come dicono i Depeche Mode. Piuttosto, la sua versione di Le tue radici (sull’album di cover Fleurs, ndr) mi ha lasciato sconcertato, non l’avrei mai fatta così, mi sarei aspettato che le onde orientali e la world music gli avrebbero dato ispirazioni diverse invece era una versione molto disco, un beat più standard, diciamo».

    Tornando al suo periodo progressive, in Come un vecchio incensiere all’alba un pezzo copre un’intera facciata, oggi non sarebbe possibile.
    «Sì, è una suite in parte elettronica addirittura, e io risentendo mi sono detto: guarda un po’ cosa ne è venuto fuori. Alla Universal mi hanno fatto ascoltare dall’archivio cose cantate in inglese, c’erano A te che dormi e Serenesse che non ricordavo di aver fatto. E anche Vorrei incontrarti. Verranno pubblicate nel secondo progetto progressive che uscirà a marzo. Per Vecchio incensiere affittammo un appartamento a Kings Road a Londra, c’erano gli italiani, c’era Tony Esposito, c’erano musicisti inglesi e americani che vivevano a Londra come la violinista americana Toni Marcus. E poi c’era Francis Monkman dei Curved Air al synth e David Jackson dei Van Der Graaf Generator al flauto. Vivevamo nell’appartamento come in una comune, eravamo musicisti certo ma era più facile creare senza farsi troppi problemi. Lo studio poi era a nostra disposizione per una settimana, avevamo tutto il tempo, certe cose come la chitarra distorta acustica l’ho registrata alle tre di notte. È probabile che in quei momenti mi sia venuta voglia di scrivere in estemporanea in inglese, e ho registrato. Non erano male».

    Che studio era il Sound Tecniques di Chelsea?
    «Era lo studio frequentato dalla Incredible String Band, furono loro a consigliarmelo, mi piacevano molto, io venivo dal cantautorato e loro erano un gruppo folk molto innovativo. Sentivo che in quelle stanze c’era la situazione e l’atmosfera giusta. Il mio ingegnere del suono era Roger Mayer, lo stesso fonico della ISB, e io nei miei primi album volevo proprio ricreare le loro sonorità».

    Molti giovani ascolteranno Figli delle stelle per la prima volta in questi giorni, che effetto le fa?
    «C’è proprio bisogno di ricordarla, è una canzone che parla di persone sole, che si incontrano ma poi si perderanno. Parla della gioiosa solitudine che tutti abbiamo dentro di noi. I giovani la amano: una sera camminavo per la strada vicino casa mia dove ho incrociato un gruppo di ragazzi che cantava Figli delle stelle senza avere la minima idea di chi io fossi».